Italia (Roma) – Slovenia – Croazia – Bosnia – Montenegro – Kossovo – Macedonia (Skopje)

Partenza Arena Civica
A causa della lenta connessione saremo molto telegrafici e caricheremo poche foto in questo nostro primo “post
Siamo partiti da Capena (Rm) giovedi 16/07/09 alle ore 23.51 (non siamo partiti di venerdi 17), dopo una sosta/dormita in autogrill siamo arrivati a milano verso le 10 del mattino del giorno seguente. Il venerdi l’abbiam dedicato ad alleggerire la macchina dal superfluo e fare prove di carico nel garage dell’hotel.
Sabato 18 alle 10 in punto eravamo all’arena civica di Milano per l’appuntamento con tutti gli altri team e gli organizzatori del mongol rally. La cerimonia di partenza è stata molto colorata e divertente, dei cinquanta equipaggi previsti ne sono arrivati una quarantina.
Alle 15.30 al grido di Andy (l’organizzatore) “let’s go to Mongolia!!!” noi, insieme a tutti gli altri catorci, siam partiti alla volta di Ulaan Baatar.
La nostra prima tappa è stata Chioggia (sottomarina) per una cena organizzata dai ragazzi che affrontano questa impresa con le vespe 125. Il 19 mattino partiamo alle 8 e alle 11 siamo già in Croazia ad ammirare i suoi stupendi paesaggi.
È qui che passiamo la prima notte fuori l’Italia a Makarska, una cittadina super turistica sul bellissimo mare croato.
Il 20 partiamo alle 6 del mattino con la convinzione di riuscire ad arrivare in Grecia a Salonicco ma ben presto capiamo quanto questo sia impossibile. Le strade sulla costa sono, paesaggisticamente parlando, molto belle ma per quanto riguarda il traffico pessime. Superiamo la Bosnia ed entriamo in Montenegro dove ci ritroviamo a passare per chilometri in un Canyon che toglie il fiato. Alle 16, dopo 10 ore di guida ci ritroviamo praticamente senza saperlo in Kossovo, all’ingresso troviamo dei carabinieri che ci consigliano d stare attenti e di andare piano a causa delle pessime condizioni della strada. Da subito ci colpisce il contrasto fra l’ancora bellissimo paesaggio naturale e il paesaggio post-bellico che incontriamo lungo la strada, ponti saltati, strade distrutte, il continuo passare di cammionette militari, auto locali che sfrecciano senza targhe. Un po di tensione ci prende e per buoni 10 minuti è regnato il silenzio nella nostra panda. Passato il trauma da cambio paesaggio ci dirigiamo spediti verso Pristina per poi raggiungere alle 20 con ormai il sole quasi del tutto tramontato la frontiera con la Macedonia.
Qui iniziamo ad incontrare i nostri primi problemi con la polizia, alla frontiera di uscità dal Kossovo ci richiedono il tagliandino di un assicurazione obbligatoria per l’auto che noi non avevamo fatto (nessuno ci aveva detto niente, neanche i carabinieri). Dopo cinque minuti di trattative riusciamo ad evitare di pagare la “tassa” ma più che altro di esser portati 400Km indietro alla frontiera da dove eravamo entrati. Superata questa frontiera entriamo in Maecedonia e qui al primo semaforo veniam fermati e multati per una piccola infrazione dalla polizia locale, anche qui dopo buoni dieci minuti di trattativa riusciamo ad evitare di pagare la multa e il sequestro dei passaporti. Di corsa un boccone e poi a letto in un Hotel al centro di Skopje, ora sono le 08.55 del 21 e stiamo per ripartire, seguiteci!!!
Macedonia (Skopje) – Grecia – Turchia (Amasra)
Amasra (Turchia) ore 19:05 di venerdì 24 luglio – siamo arrivati in questo paesino del litorale del Mar Nero da circa un’oretta, trovato l’albergo e fatto anche un tuffo nel mare per riprenderci dalle ore di guida.
Ci eravamo lasciati alla partenza da Skopje e a da li ne abbiam fatta di strada. Come siamo partiti dalla capitale della Macedonia abbiamo preso l’autostrada e di corsa verso la Grecia. Dopo quattro ore di guida tra i paesaggi rurali della Macedonia e della Grecia ci ritroviamo nel pieno centro della nostra meta: Salonicco. Pensavamo, nella nostra ignoranza, fosse una cittadina di mare carina e tranquilla ed invece ci siamo ritrovati in una grossa città piena di traffico: ora di pranzo, mangiato un boccone in un ristorante greco molto buono e scappati alla disperata ricerca di un posto più carino e calmo. Riprendiamo la marcia in direzione Turchia fermandoci in tutte le località di mare per trovarne una decente ma niente, tutti i posti che visitiamo sono veramente brutti. Fortunatamente superata la città di Kavala, verso le ore 19:00 circa, arriviamo nel paesino di Keramoti, davanti al’isola di Thassos e vicino al delta del fiume Nestos.
Ha tutte le carte in regola per poter essere il posto giusto per una bella tappa, troviamo con un’ po di fatica un appartamento e riusciamo a farci addirittura un bagno ed un drink sula spiaggia. Cena in una taverna greca del posto e poi a dormire. Con un po di tristezza nel cuore la mattina del 22 luglio partiamo, dopo aver riorganizzato il carico. La nuova disposizione ci costringe ad abbandonare i nostri compagni di viaggio Titti e il Coccodrillo che tenevamo sul tetto. Gli abbiamo lasciati, con le lenzuola rimboccate, nell’appartamento di Keramoti.
Versate le dovute lacrime ci rimettiamo in viaggio con destinazione Istambul. Facciamo una tappa verso le 13:00 ad Alexandropoli prima di attraversare il confine Turco, ci mangiamo l’ultimo pasto greco, cambiamo alcuni euro in lire turche e ci rimettiamo in viaggio. Dopo qualche ora superiamo la dogana turca senza troppi problemi e continuiamo la nostra corsa verso Istambul. La prima cosa che ci colpisce della Turchia è la massiccia presenza della loro bandiera nazionale, sta ovunque. La seconda è che sulle autostrade transitano calessi trainati dai più disparati mezzi di locomozione, trattori e cavalli compresi. Altre due ore di “ruote che girano sull’asfalto” e siamo ad Istambul.
La città ti toglie il fiato da subito per quanto è vasta e noi superando l’uscita più comoda per l’albergo che avevamo prenotato ci perdiamo immediatamente. Abbiamo così l’occasione di sondare in pieno tutta questa vastità e questo caos, il traffico è pazzesco e il loro modo di guidare eguaglia quello delle più “additate” città italiane. Già dal primo impatto con questa metropoli se ne intuisce il suo fascino. Ci accostiamo una decina di volte ai tassinari per chiedere informazioni, ci facciamo due buone orette del suddetto traffico e finalmente riusciamo a trovare l’Hotel. Alloggiamo nel quartiere di Sultanhamet, vicino la Moschea Blu, è tardi e siamo stanchissimi. Ci facciamo consigliare un ristorante dal ragazzo dell’albergo, mangiamo benissimo e poi di corsa a letto.
La giornata del 23 è tutta dedicata alla scoperta di Istambul, macchina parcheggiata in luogo sicuro e via a piedi e con i mezzi pubblici. Riusciamo a fare una veloce visita alla Moschea Blu, ad una cisterna romana e ai due principali mercati della città. I mercati sono qualcosa di indescrivibile, un bombardamento dei sensi che porta allo stordimento. Il modo in cui le spezie vengono sistemate rendono il tutto un opera d’arte profumata. Il modo giusto per rilassarsi dopo tante emozioni è una visita ad un hamami. Entriamo, ci cambiamo e siamo scaraventati nella stanza da bagno ove al centro vi è una enorme pietra circolare bollente su cui ci si deve sdraiare. L’aria è irrespirabile, la tentazione di uscire è grande, riusciamo a rilassarci e scopriamo che ci sono delle fontane che buttano acqua fredda e queste ci permettono di “sopravvivere” e pian piano abituarci. Entrano due omoni con i baffi, si presentano: sono i nostri massaggiatori.
Partono con il massaggio tradizionale turco che consiste in uno “scrub” e dopo un massaggio con il sapone. Superato l‘imbarazzo iniziale il massaggio è rilassante e piacevole. Un esperienza assolutamente da provare. La sera ci incontriamo con i ragazzi del team “Mongol Passenger”, mangiamo una cosa insieme vicino piazza Taksim, una zona molto mondana. Dopo cena, mezza passeggiata e come sempre a letto per riposare. Questa mattina siamo partiti da Istambul verso le 10:00 e dopo poco abbiamo attraversato uno dei due ponti che separa l’Europa dall’Asia. Il valore simbolico di questo passaggio è grande peccato che ne abbiam potuto godere per poco perché appena superato il ponte bisogna fermarsi per pagare ad un casello. Il ponte che abbiamo attraversato noi non prevede pagamento “cash”.
Lo si può utilizzare solo se si hanno delle tessere o si è abbonati (almeno questo è quello che abbiamo capito). Fortuna che un signore si è mosso a compassione , è sceso dall’auto e ha passato il suo “badge” per far aprire la sbarra che ci impediva di entrare per bene in Asia. Tiriamo un sospiro di sollievo e decidiamo di attraversare la Turchia a nord passando per il litorale del Mar Nero. Come ci avviciniamo alla costa la natura diventa molto rigogliosa, è pieno di “nocchieti”. Tutto liscio fino ad Eregli dove per continuare a passare vicino al mare abbandoniamo la strada principale per prenderne una secondaria. Questa si rivela dopo poco disastrata e piena di altre strade che sulla nostra cartina non appaiono.
Qualche chilometro ancora e ci siamo persi del tutto (ancora senza saperlo). Incontriamo delle guardie turche armate fino ai denti che fanno un posto di blocco in mezzo al nulla e fortunatamente non ci fermano, arriviamo in un paesino, chiediamo informazioni e qui ci rediamo conto di esserci persi. La gente parla solo il turco e non sa nulla di inglese o altre lingue, impossibile comunicare se non a gesti. Un ragazzo in divisa da “security” si offre di indicarci la strada per Zonguldak in cambio di un passaggio, accettiamo e ci ritroviamo in tre sui due sedili anteriori della panda. Passiamo strade indescrivibili per quanto sono rovinate, proviamo a scambiare due parole con il tipo che ci fa capire che la gente del posto è pericolosa.
La nuova informazione, sommata al precedente incontro con le guardie armate e al fatto di avere un perfetto sconosciuto a bordo che ci sta portando su strane stradine, ci rassicura molto. Lasciamo il ragazzo al posto dove dice di lavorare e proseguiamo soli seguendo quello che abbiamo capito delle sue indicazioni. Altri 20 minuti su queste strade e siamo fuori nella direzione giusta. Abbiamo perso un ora e mezzo per questo giro, continuiamo fino ad Amasra e… il resto lo sapete…
P.S. tutta la Turchia la stiamo facendo senza guida Lonely Planet, l‘abbiamo scordata a Roma, dove sta bene e non si rovinerà di certo.
Turchia (Amasra – Agri)
La strada sulla costa del Mar Nero è impraticabile, nonostante la nostra cartina la dia come buona in realtà è completamente disastrata. Per percorrere i 180Km che separano Amasra da Inebolu ci impieghiamo circa quattro ore. Anche se questa via a picco sul mare ci ha regalato dei panorami stupendi, ad Inebolu decidiamo di svoltare verso l’entroterra in direzione di una strada sicuramente migliore. Passiamo per una cittadina di nome Kastamonu, qui ci fermiamo a mangiare un buonissimo piatto misto di Kebap cucinato da un signore simpaticissimo che è molto stupito di vedere dei turisti stranieri da quelle parti, ci tratta benissimo, beviamo l’ottimo thè turco che ci viene offerto e ci congediamo. Si riparte, dopo qualche chilometro ci ritroviamo in paesaggi di montagna ed arriviamo a quota 1825m: siamo nel parco naturale del GAZ MILLI. Superiamo il passo e si riscende verso il paesino di Ilgaz da dove ci immettiamo su una delle grosse direttrici della Turchia, direzione Erzurum, verso il confine con l’Iran. È il primo pomeriggio di sabato 25 luglio ed arrivare fino alla nostra meta è impossibile, sono oltre 700 i chilometri che ci separano da Erzurum. Decidiamo di andare avanti il più possibile, la strada è più che decente ed anche questa parte della Turchia ha molto da regalare ai nostri occhi. In serata riusciamo ad arrivare a Niksar, cittadina molto carina dove troviamo un alberghetto niente male, ennesima mangiata di kebap in un locale del posto e poi a dormire. Domenica 26 luglio, 8 del mattino, ripartiamo. La strada inizia a salire di quota e ci riporta in nuovi stupendi paesaggi di montagna, è un continuo alternarsi tra cittadine, natura incontaminata e villaggi di pastori. Il manto stradale migliore ci porta a spingere un pochino di più sull’acceleratore, per quanto una panda stracarica lo permetta. Riusciamo a prendere una multa per eccesso di velocità, andavamo a 102 Km/h anzichè 90 Km/h. Non è la prima volta che la polizia turca ci ferma, già era successo qualche giorno fa ma in quel caso il motivo era la curiosità che aveva il poliziotto per la nostra macchina. Questa volta ci siamo ritrovati con 120 lire turche (circa 60€) da pagare. Poco dopo questo inconveniente correre diventa difficile perché la carreggiata si trasforma in un cantiere, buche, tratti senza asfalto, ruspe in movimento e restringimenti improvvisi si rivelano un perfetto deterrente contro l’alta velocità. Ora di pranzo, ci fermiamo in una locanda sulla strada, la peggiore mai vista fin ora, contro ogni elementare regola igienica. Riusciamo a farci capire indicandogli la carne che vogliamo, da bere ci porta acqua di rubinetto e dello yogurt preso da un secchiello che teneva sopra un bancone pieno di mosche, di imbottigliato non aveva nulla. Mangiamo senza bere e nonostante tutto la carne è squisita, i dovuti saluti e si riparte. Arriviamo ad Erzurum verso le 16:00 , decidiamo di continuare fino ad Agri che raggiungiamo dopo altre due ore di “panda”. Qui prendiamo una stanza in un Hotel hamami-sauna, il più brutto hotel che abbiamo mai preso da quando siam partiti. Gli abitanti di Agri son diversi da tutti i turchi incontrati prima, diversi nell’aspetto e nei modi, sono e si sentono Curdi. Siamo nel Curdistan, un ragazzo di origine curda ad Istambul ci aveva spiegato che il Curdistan è solo un’utopia ma a vedere questa gente sembra veramente che siamo in un altro stato. Tutti molto incuriositi dal nostro arrivo e dalla nostra macchina, specialmente i bambini che da queste parti giocano tranquillamente per strada a lanciare coltelli infilzandoli su delle tavole. Sistemiamo le valigie nella orribile stanza allagata dalla pioggia del pomeriggio e andiamo a mangiare un boccone. Come usciamo dal ristorante incontriamo due strani ragazzi del posto che insistono per offrirci un thè, accettiamo anche se lo avevamo appena preso. Li seguiamo fino ad un palazzo, qui ci viene il dubbio che ci stiano portando a casa loro, la cosa ci preoccupa ma continuiamo ad andargli dietro preparandoci al peggio, saliamo le scale e ci ritroviamo in un normale caffè che poi scopriremo situato in uno dei pochi palazzi storici di Agri. Ci raccontano che sono militari, sono li da poco e dovranno starci per altri tre anni. Non nascondono il loro disprezzo per quella cittadina ed iniziano a spiegarci che si tratta di una zona complicata e pericolosa. Ad un certo punto uno dei due, probabilmente accortosi delle nostre facce mentre ci davano questa bella notizia, inizia a sdrammatizzare e a farci capire che stavano esagerando. Con il dubbio di trovarci ancora una volta in un posto malfamato, salutiamo i due amici turchi e riandiamo al ristorante dove avevam appena mangiato per incontrare i ragazzi del team “Mongol Passenger”. Ci raccontano che hanno dei problemi alla loro Fiat Palio ma fortunatamente hanno visto una grossa officina Fiat poco prima di Agri. Ci diamo appuntamento per le 9 del mattino seguente davanti alla suddetta officina in modo da partire insieme appena finite le riparazioni. Salutiamo e tutti a letto.
Turchia (Agri) – Iran (Qazvin)
27 luglio 2009 – 9 del mattino, arriviamo all’officina Fiat di Agri, i “Mongol Passenger” con la loro Palio son già li. L’officina è veramente enorme, nuovissima e pulita; tutta marchiata Fiat anche i ponti elevatori, gli attrezzi, mai visto nulla di simile in Italia. Intorno la macchina dei “Passenger” col cofano aperto ci sono una decina di meccanici armati di macchina fotografica e bicchierino pieno di thè; nessuno parla inglese ne tanto meno sembra capirci qualcosa di motori. Su loro pressante richiesta facciamo tutti delle foto di gruppo e compresa la situazione andiamo via senza aggiustare nulla alla macchina dei “Passenger”. Direzione frontiera con l’Iran. Nel percorso decidiamo di fare una deviazione di qualche chilometro per andar a vedere il castello di Ishak Pasa Sarayi. Ad Agri la gente non faceva altro che consigliarci di visitarlo e la guida lo da come uno dei più importanti siti della Turchia.. Arroccato su una cima ed immerso nelle montagne, il castello domina tutto; difficile descrivere la bellezza del panorama. Qui su, sperduti nel nulla, incontriamo, oltre ai pastori ed alle pecore, una coppia italiana che sta in viaggio di nozze in Turchia; ci raccontano di altri loro viaggi e ci danno degli ottimi consigli per l’Uzbekistan. Unica nota negativa è il castello chiuso per ristrutturazione. Si riparte, un centinaio di chilometri e arriviamo alla tanto temuta dogana dell’Iran; la colonna di TIR è impressionante, è lunga almeno due chilometri, la superiamo tutta speranzosi che ci sia un ingresso dedicato alle automobili. L’ingresso è unico ma ci fanno passare senza batter ciglio, qui incontriamo un altro team italiano e due team svedesi. Circa un ora e mezzo per le pratiche burocratiche e siamo tutti in Iran. Pensavamo molto peggio, avevamo messo in conto perquisizioni e temevamo per le videocamere e le macchine fotografiche. Appena entrati l’Iran ci da subito un assaggio della sua bellezza, il paesaggio è quello di un deserto roccioso dai magici colori e l’architettura delle case, a differenza dell’ultima parte della Turchia, si concilia perfettamente con la natura che la circonda. La prima cittadina che incontriamo è Maku, qui cambiamo dei dollari in rial (la moneta iraniana) e ci mangiamo un boccone in un ristorante del luogo; il ristoratore ed i suoi collaboratori sono i primi iraniani che incontriamo e capiamo immediatamente che quello che si dice riguardo la loro gentilezza ed ospitalità non è legenda. Proseguiamo ed arriviamo nella città di Tabriz. Gli iraniani sono tanto cordiali quanto spericolati e irrispettosi di alcuna regola quando guidano. Il traffico è un inferno, rimpiangiamo quello di Istambul che tanto ci aveva spaventato. Dopo dieci minuti ci perdiamo con i “Mongol Passenger” che fino a qui eran stati nostri compagni di viaggio, impossibile ritrovarsi. Proseguiamo soli alla ricerca dell’hotel che abbiamo visto sulla guida; veniamo continuamente salutati e tutti ci chiedono da dove veniamo, alla risposta che siamo italiani, grandi feste; finalmente un posto dove siamo apprezzati. Chiediamo informazioni fino a che un ragazzo, mosso a pietà, ci scorta fino all’hotel; senza il suo aiuto non l’avremo mai trovato. L’hotel è pieno, disperazione; fortunatamente ne troviamo uno libero non troppo lontano da dove con tanta fatica siamo arrivati. Parcheggiamo e andiamo a letto sfiniti.
28 luglio 2009 – 8 del mattino, appena svegli, per strada il traffico è a pieno regime, siamo a piedi, la gente è già tutta a fare “su e giù” sui marciapiedi, famiglie, ragazzi, anziani ed è tutto tranquillo; visti gli ultimi fatti di cronaca un po di timore riguardo manifestazioni e scontri c’è. Andiamo a visitare l’antico bazar di 7 kmq con i suoi corridoi con soffitti a volta, è magnifico, impossibile non perdersi. Il vagare è un piacere, le stesse sensazioni provate in quello di Istambul ma con un qualcosa di più: gli iraniani. Non passano dieci minuti e ci ritroviamo insieme ad Erfan che ci fa da guida. Questo ragazzo ben vestito sulla trentina ci si affianca, si presenta, fa alcune domande e ci offre volentieri il suo tempo libero per mostrarci gli scorci più caratteristici del bazar. Rimaniamo spiazzati, quasi insospettiti, per la gentilezza e accettiamo. Erfan si muove senza alcun problema nel labirintico bazar, ci mostra la parte vecchia dove vi sono gli anziani maestri del tappeto; è impressionante il loro modo di lavorare, richiede una grande pazienza, si respira saggezza in quest’angolo nascosto del mercato. Il nostro nuovo amico ci invita nuovamente a seguirlo, pochi passi e siamo in una specie di piazza sotterranea dove, oltre a tutte le botteghe che vendono i tappeti dai più bei temi persiani, c’è una sala da thè d’altri tempi, ci sediamo ed Erfan fa preparare un ottimo chay (thè). Un signore anziano si accorge che siamo stranieri ed inizia a parlarci con un ottimo inglese, è simpaticissimo; gli spieghiamo il motivo per cui siamo in Iran e che purtroppo non possiamo fermarci perché dobbiamo continuare il viaggio. Ci consiglia assolutamente di andare a Quavzim per fare da li una gita alla valle d Alamut e all’omonimo castello. Ci appuntiamo tutti i suoi consigli, lo salutiamo e salutiamo Erfan che insiste per accompagnarci fino all’hotel. Erfan ci spiega che vive solo e che la prossima volta che capitiamo da quelle parti siamo obbligatoriamente suoi ospiti. Ci scambiamo i biglietti da visita, lo abbracciamo e verso le 14:00 partiamo con destinazione Quavzim. Alle 15:00 stiamo ancora a Tabriz cercando di capire come si esce dalla città, alle 15:15 circa riusciamo a trovare la via di fuga e prendere l’autostrada nella direzione giusta. La macchina inizia a presentarci i primi problemi: il motore singhiozza, pensiamo che è colpa della benzina di bassa qualità e continuiamo. La benzina in Iran, nonostante sia un paese produttore, non è della stessa qualità che in Europa però costa pochissimo, a noi stranieri che la paghiamo quattro volte quello che paga un iraniano viene a costare 4000 rial al litro(0,30€). Quavzim è piccola ma anche lei ha un traffico impressionante, è una cittadina piena di negozi e centri commerciali. Sono le 19:00, gli iraniani sono tutti in giro dediti allo shopping sfrenato, qui più che nei posti dove eravam stati precedentemente realizziamo bene che tutte le donne portano il velo, nessuna esclusa; Quazvim è molto occidentale, un negozio dopo l’altro, piena di luci, gruppi di ragazze e ragazzi che passeggiano, coppiette. Un contesto molto famigliare ed è forse proprio per questo che qui le donne con il velo, ai nostri occhi, risaltano più che in altri posti. La sensazione è strana e sicuramente non collocabile nella sfera positiva; il nostro essere nati e stati educati in un paese occidentale, si fa, inevitabilmente sentire. Difficile non porsi la questione se sia giusto o meno che l’interpretazione di una religione entri cosi violentemente nella vita delle persone limitandone la loro libertà. Solo la indescrivibile cordialità del popolo iraniano riesce a cacciare l’ombra dell’immagine negativa che la recente storia del paese ha inevitabilmente disegnato. Nella faccia dei ragazzi si legge la grande curiosità per il diverso, lo straniero, per colui che viene da un paese con altre usanze. Anche se evitiamo qualsiasi discussione politica con le persone con cui ci fermano a chiacchierare, il modo in cui la pensano si capisce benissimo. Questa terra non è fatta per rimanere chiusa in se stessa, la sua gente ha nel DNA la voglia di incontrarsi e confrontarsi liberamente con altri popoli. I miscugli della Persia di ieri han fatto si che oggi il popolo iraniano sia uno dei più belli; sia da un punto di vista fisico che caratteriale, le donne e gli uomini iraniani hanno un fascino veramente disarmante. Stanchi anche quest’oggi, hotel, doccia, un boccone e a letto.
Iran (Quazvin e i Castelli degli Assassini)
Il fiato è corto, di ombra neanche a parlarne, ci sono 35 gradi e sono 15 minuti che saliamo nel percorso sul fianco della montagna; dei resti del castello di Lamiasar non si vede ancora nulla. Ci siamo scordati cappelli, acqua e creme solari, tutte cose che la guida suggeriva come indispensabili per affrontare questa piccola escursione a piedi. Altri 10 minuti e finalmente siamo al castello; ne rimane ben poco, qualche muro di fortificazione, la traccia delle cisterne che lo rifornivano di acqua nei suoi tempi gloriosi ed una stanza molto bassa con arcata dove troviamo per qualche minuto riparo dal sole. Mentre facciamo un giro tra le macerie sentiamo un rumore simile a quello del vento, volgiamo lo sguardo nella direzione da cui esso proviene e con nostra sorpresa ci vediamo sfrecciare ad un paio di centimetri dai nostri piedi un serpente color sabbia di circa due metri. Il simpatico incontro ci ricorda che è arrivata l’ora di riscendere fino alla strada dove ci aspetta Ismal con il suo taxi; in seguito ai problemi che ha avuto la macchina abbiamo deciso di concedergli un giorno di riposo nel garage dell’hotel di Quavzin. Ismal è iraniano, non parla una parola di inglese e guida come un pazzo tra le curve e i tornanti delle Valli di Sharud e Alamut. Tra le vette che sovrastano queste valli si nascondono le rovine di otre 50 fortezze diroccate conosciute come “castelli degli assassini”. La leggenda vuole che proprio in questi luoghi si trova la radice della parola “assassino”. Nel XII secolo Hasan-e Sabbah, leader spirituale della frangia eretica ismailita dell’islam, guidava dei mercenari che avevano il compito di uccidere eminenti figure politiche o religiose dell’epoca. A questi mercenari veniva promesso il paradiso e Sabbah, astutamente, gliene dava un assaggio: li stordiva a loro insaputa con dell’hashish e poi gli mostrava magnifici giardini pieni di seducenti vergini. Per questo furono comunemente chiamati con il nome “Hashish-iyun” da cui proviene il moderno termine “assassino” I castelli vennero distrutti nel XIII secolo dai mongoli, alcuni come quello di Lamiasar, il primo che abbiamo visitato, resistettero otre 17 anni all’assedio prima di piegarsi alla forza dei Khan. Seconda tappa del giro tra questi leggendari luoghi и il castello di Alamut, quello meglio conservato. Nel percorrere le tortuose e sperdute strade per raggiungerlo incontriamo una panda del “mongolrally”; sono i “Risichin”, un equipaggio italiano formato da tre ragazzi. Ci fermiamo insieme a loro in una locanda che ci consiglia Ismal, mangiamo e subito dopo iniziamo il piccolo trekking per arrivare alle rovine di Alamut. Dopo buoni 20 minuti di salita siamo in cima, lo spettacolo и stupendo e del castello ne и rimasta veramente una buona parte. Una mezz’oretta di girovagare tra le rovine e decidiamo di tornare alle macchine; prima di accendere i motori troviamo il luogo perfetto per fare una riposante pausa nel verde giardino di un abitante del luogo e qui ci rifocilliamo mangiando delle ottime e sane ciliege. E’ pomeriggio inoltrato e la nostra gita ai “castelli degli assassini” finisce qui; arriviamo a Quazvin che è ora di cena, mangiamo una cosa veloce insieme ai “Risichin” e ad un loro simpatico amico iraniano. Finita la cena, tutti immediatamente a letto.








